Dokument-Nr. 8615

[Kühlmann, Richard von]: Il discorso del barone von Kühlmann, segretario di Stato agli affari esteri, nel Reichstag germanico il 9 ottobre 1917, 09. Oktober 1917

Le nostre relazioni colla repubblica del Perù si sono inasprite. La rottura delle relazioni diplomatiche è ormai quistione di tempo. Il Governo peruviano ha domandato da noi, di punto in bianco ed in modo aspro, che sottraessimo al tribunale delle prede il caso del veliero peruviano Lorton colato a picco, secondo le regole della guerra navale, e previo salvataggio di tutte le vite umane, alcuni mesi fa, per aver trasportato merce di contrabbando; e che dessimo soddisfazione immediata insieme alla rifusione dei danni. Orbene: queste pretese sono, secondo lo stesso diritto internazionale, inammissibili. Ricordo che nella guerra fra il Perù ed il Cile, la Germania rimise, senza contradizione alcuna, il caso del vapore tedesco Luxor al tribunale peruviano delle prede. Cedere alle pretese del Perù, esposte in una forma così scorretta, sarebbe oltremodo inopportuno; perché si verrebbero a capovolgere tutte le basi del nostro diritto di preda marittima. Abbiamo risposto gentilmente alla nota peruviana, ma il Governo del Perù ha, ciò non ostante, sequestrato tutte le navi tedesche rifugiatesi in quei porti allo scoppio della guerra mondiale. Il Governo spagnolo si è assunto la tutela degli interessi tedeschi in quella repubblica.
Anche l'Uruguay ha deciso la rottura dei rapporti diplomatici con noi. Il Presidente della Repubblica, nel suo messaggio al Congresso, rileva che non è stato, è vero, offeso direttamente dalla Germania, ma che gli sembra necessario di mettersi, per giustizia e per simpatia, in armonia con i piccoli popoli. (Ilarità!)
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La questione dell'accordo coll'Olanda sul carbone e sui crediti è presso alla sua soluzione, e non manca che procedere ad alcune formalità perché l'accordo possa dirsi definitivamente concluso. (Applausi).
Le nostre premure per addivenire ad uno scambio di vedute cogli uomini di Stati nemici, non hanno fatto, – debbo costatarlo con rincrescimento, – dalla risposta all'Appello Pontificio, nemmeno un passo avanti. (Udite! Udite!) Anzi, non possiam nemmen dire con sicurezza se i nostri avversari risponderanno alla Nota del Papa. Una cosa, però, è ormai certa: che le varie dichiarazioni di uomini di Stato avversari, più o meno responsabili; e tutto ciò che quotidianamente leggiamo nella stampa avversaria, non contribuisce certo ad aprire la bella prospettiva che la risposta dei nemici alla Nota Pontificia, anche se verrà, abbia a sorreggere la generosa proposta di Sua Santità. (Udite! udite!) Sebbene il mio egregio collega conte Czernin, nel suo grande discorso programmatico tenuto giorni fa a Budapest, ricordasse ancora una volta che le Potenze Centrali son pronte a concludere una pace onorevole, ed abbia, a grandi tratti e in modo oltrepassante l'orizzonte del giorno che corre, additato le basi sulle quali potrebbe essere edificata una nuova Europa, noi non ci siam avvicinati alla pace. A Londra, quell'ex-ministro della Marina, Churchill, duce della geniale spedizione di Anversa, (ilarità) disse pochi giorni fa che l'Inghilterra conta sullo sfacelo interno della Germania. Aggiunse esser sottile la parete che separa la Germania dallo sfacelo definitivo. Disse ancora che un uomo di Stato che non trae insegnamento dalle esperienze fatte non è soltanto un imbe-
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cille, ma un malfattore. Io non voglio esprimere un così duro giudizio (ilarità). Mi sembra però che il signor Churchill, ripensando anche a quella sua seconda spedizione geniale mirante a Costantinopoli e a Gallipoli e che trovò una fine poco gloriosa fra le baionette dei nostri valorosi alleati turchi, dovrebbe avere imparato che persino una sottile parete può mutare in disfatte le sognate vittorie, quando questa parete è composta di petti. (Applausi fragorosi). Fra il buco del sorcio nel Mar del Nord, – che in inglese si chiama Hornsriff, – e l'Isonzo, trovasi l'immensa ed incrollabile muraglia dei popoli tedeschi. Se Churchill ne aspetta lo sfacelo dovrà esercitarsi alquanto nella pazienza. Il discorso di Asquith dovrebbe servire di insegnamento a coloro, che dalla domanda fatta in parlamento e di sfuggita da Asquith sulle intenzioni della Germania nel Belgio, cedettero poterne trarre deduzioni dorate sul desiderio di pace di questo statista.
Nel suo ultimo discorso Asquith ha dichiarato che le pretese francesi riguardanti la restituzione dell'Alsazia-Lorena non possono andar disgiunte dalla reintegrazione del Belgio (udite! udite!), e caratterizzato così le cose che esse son divenute per me, dopo lo studio accurato della situazione generale, dopo le notizie da varie sorgenti dai paesi neutrali e nemici, di una chiarezza completamente persuasiva: la questione per cui i popoli d'Europa combattono e versano il loro sangue non è, in prima linea, la questione belga, sibbene l'avvenire dell' Alsazia-Lorena. (Approvazioni). Secondo notizie sicure l'Inghilterra si è impegnata diplomaticamente colla Francia di insistere, politicamente e colle armi, sulla
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restituzione dell'Alsazia-Lorena finché la Francia non rinuncerà essa stessa a tale pretesa. Questa è la situazione reale; ed a me sembra opportuno di circoscrivere con calma, con chiarezza, ma anche con fermezza, la posizione della Germania in rapporto a tale situazione, visto che – è strano, ma è così – non soltanto i nostri avversari, ma spesso anche amici neutrali esprimono apertamente dubbi in quanto al nostro contegno in tale questione fondamentale. Alla domanda: può la Germania fare qualche concessione alla Francia riguardo all'Alsazia-Lorena? abbiamo soltanto una risposta: No, mai! (Scrosciante ed entusiastica ovazione che dura qualche minuto.) Finché un pugno tedesco potrà tenere stretta una lama, l'intangibilità del territorio dell'Impero, come noi lo abbiamo ricevuto qual gloriosa eredità dai nostri padri, non potrà mai divenir l'oggetto di negoziati o concessioni qualsiasi. L'Alsazia-Lorena è lo scudo della Germania; è il simbolo dell'unità tedesca. (Vive approvazioni). In questo punto, ne son certo, sono tutti uniti, da destra a sinistra. Io non appartengo a quelli che credono possa danneggiare allo sviluppo di una sincera volontà di pace nel mondo pronunciare apertamente questa verità. Credo che la sincera volontà di pace non possa crescere e divenir fruttifera che nel terreno della più perfetta chiarezza. Ritengo quindi necessario, fra tante questioni che attualmente occupano un gran posto nella pubblicità, insistere colla massima esattezza davanti al popolo tedesco ed ancor più davanti all'estero, su questa: non è per conquiste fantastiche che noi combattiamo e combatteremo fin'all'ultima goccia di sangue, ma per l'intangibilità dell'Impero tedesco. (Applausi.)
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I governanti francesi, quando apparve loro opportuno accettare la formula "senza annessioni" partita dalla Russia, ricorsero al troppo trasparente artifizio di vestire pudicamente colla parola "disannessione" quella che, in verità, altro non è che una brutale conquista. L'artifizio è troppo volgare per essere degno di una confutazione. Bisogna tuttavia far notare ai padri di questa trovata, che in nessun luogo è scritto qual anno della storia mondiale dovrà essere considerato come l'anno normale del "ne varietur". Se noi altri Tedeschi volessimo giuocar colla parola "disannessione", ci tornerebbero in mente dei bei nomi, come Toul e Verdun. Ma c'è un'altra opinione che si manifesta con continua insistenza nella stampa dei nostri avversari e che deve essere messa a posto. I nemici dicono che il contegno politico della Germania si mostrerebbe più netto, non appena fosse tirata la somma dei risultati militari delle grandi battaglie autunnali. È un concetto assolutamente falso sulla politica tedesca, credere che noi puntiamo una posta più o meno forte, che siamo or condiscendenti ora ostinati, a seconda del risultato di singole imprese militari. È un vero e proprio errore fondamentale. Le linee essenziali del nostro contegno sono già state fissate da tutti i fattori competenti dopo mature riflessioni. All'infuori della pretesa francese sull'Alsazia-Lorena non vi è nessun ostacolo assoluto per la pace, nessuna questione insolubile coi negoziati, che possa giustificare davanti ai popoli e alla storia lo spreco di tanto sangue e di tanti beni. Un altro errore fondamentale del modo di vedere dei nostri avversari, ma rivelatosi talvolta anche nel paese, è quello di credere che, allo stadio attuale dell'orrenda lotta,
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si possa con dichiarazioni pubbliche dalla tribuna oratoria far moltissimo a favore di un accomodamento pacifico. Le dichiarazioni ufficiali non vanno esenti dal difetto, grave per questo scopo, che debbono essere per loro natura relativamente semplici. Appunto perché tutte le questioni da risolversi sono intimamente collegate tra di sé, condizionate l'una all'altra, reciprocamente dipendenti, la dichiarazione ufficiale può soddisfare solo limitatamente alle esigenze del momento. E poi la dichiarazione pubblica, la discussione di certe questioni in Parlamento, ha il difetto che avviene in assenza della parte avversa responsabile. La pubblica dichiarazione impegna unilateralmente solo quello che la fa e lascia all'avversario completa libertà di movimento. Noi non dobbiamo dimenticare un punto essenziale velato dai nostri avversari con fine arte tattica. Essi non hanno nemmeno manifestato il loro amore di pace, in un modo che possa corrispondere, anche approssimativamente, ai fatti esistenti. (Verissimo!) Quello che essi hanno comunicato al mondo è un programma massimo di conquiste del tutto utopistico, effettuabile soltanto dopo lo schiacciamento completo della Germania e delle sue alleate. Noi non abbiamo nessun motivo per seguirli in questa via. Il Governo tedesco vi si rifiuta e vi si rifiuterà anche in avvenire. La nostra politica è reale, sobria e conta sui fatti quali essi sono. Se i nostri avversari fingono di non comprendere quello che vogliono e intendono il Governo dell'Impero e il popolo tedesco, essi fan mostra di ipocrisia della più bell'acqua. (Verissimo!) La nostra risposta all'appello della Santa Sede e la dichiarazione fatta in Parlamento in base – lo ripeto – al più largo accordo con Lor signori, non
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può lasciare a nessuno, che voglia udire e capire, dubbi alcuni sulle basi essenziali del programma politico pacifico tedesco. Ripeto qui dentro le mie osservazioni portate davanti alla Giunta del bilancio: osservazioni che mi sarà permesso di rilevare con maggiore insistenza: la politica estera può aver soltanto successo se appoggiata dall'approvazione delle più ampie cerchie del popolo tedesco (approvazioni); solo se essa rappresenta e personifica la volontà del popolo in tutta la sua compagine (applausi). Per questo l'uomo chiamato a rappresentare la politica estera non può fare a meno di ricordare continuamente questo: per quanto si agitino le onde delle divergenze d'opinioni nella politica interna, è dovere di ogni singolo, in questo tempo serio e gravido di sorte, di dare alla nostra politica estera quell'impeto e quella compattezza di cui essa ha bisogno per raggiungere, lottando e perseverando, la vittoria e la pace. (Lunghissimi e fragorosi applausi nell'aula e nelle tribune.)
Empfohlene Zitierweise
[Kühlmann, Richard von], Il discorso del barone von Kühlmann, segretario di Stato agli affari esteri, nel Reichstag germanico il 9 ottobre 1917 vom 09. Oktober 1917, Anlage, in: 'Kritische Online-Edition der Nuntiaturberichte Eugenio Pacellis (1917-1929)', Dokument Nr. 8615, URL: www.pacelli-edition.de/Dokument/8615. Letzter Zugriff am: 08.12.2022.
Online seit 24.03.2010, letzte Änderung am 10.09.2018.